IL METODO DEL CONSENSO
Un metodo decisionale morbido per gruppi
forti
a cura di Roberto Tecchio
Prefazione dell'autore
Questo scritto è nato con
uno scopo preciso: aiutare l'assemblea dei soggetti
italiani del commercio equo e solidale a utilizzare
una procedura decisionale orientata al consenso,
comunemente chiamata Metodo del Consenso (MC).
Obiettivo dell'assemblea era la definizione della
Carta italiana dei Criteri del Commercio Equo e
Solidale. Tale obiettivo è stato validamente
raggiunto dopo un percorso svoltosi in due
assemblee più un incontro specifico per la
definizione di un articolo controverso.
Il presente testo ha una serie di modifiche non
sostanziali che dovrebbero renderlo più
chiaro rispetto al precedente, usato appunto per il
suddetto scopo. L'intento rimane comunque quello di
fornire ai gruppi, specialmente quelli ispirati
alla nonviolenza, degli elementi per una
migliore comprensione e sperimentazione del
metodo, ricordando che dal punto di vista
procedurale esistono tante varianti.
Una definizione e qualche considerazione per
iniziare
Il MC è un procedimento che
si svolge in varie fasi e in cui si usano diverse
tecniche di discussione, analisi e confronto,
mediante il quale un gruppo arriva a prendere le
sue decisioni senza ricorrere alle votazioni.
Consenso indica che si è d'accordo su
qualcosa, ma non significa necessariamente accordo
pieno di tutti su tutto, cioè
unanimità. L'unanimità può
anche arrivare, ma non è certo un obiettivo:
il consenso punta a far convivere le differenze,
non ad eliminarle. Perciò in una decisione
consensuale vi possono essere diversi gradi di
accordo e molte sfumature riguardo agli impegni che
i diversi membri si assumono rispetto a una
determinata decisione, però il tutto avviene
in modo esplicito e globalmente accettato.
L'adozione del MC da parte di un gruppo può
avvenire solo su base consensuale. Il MC, una volta
adottato, non esclude il ricorso ad altri metodi
decisionali, basati o meno sulla votazione,
purchè tale ricorso avvenga in base a una
decisione consensuale.
1. LA BASE DEL CONSENSO É tra etica,
pragmatica ed estetica
Il fine non giustifica i mezzi;
i mezzi contengono il fine
Il MC nasce dalla convinzione che il rapporto tra
mezzi e fini deve essere coerente. Per esempio se
si hanno fini equi e solidali, i modi per
realizzare tali fini dovranno esprimere qui e ora,
concretamente, equità e solidarietà.
In pratica ciò si esprime nel modo di
gestire il potere e in particolare nel modo in cui
si prendono le decisioni.
L'uso del potere: il singolo non viene
schiacciato dal gruppo, il gruppo non viene
bloccato dal singolo
Il MC, a uno sguardo superficiale, sembra dare un
potere eccessivo al singolo individuo (o alla
piccola minoranza) rispetto al gruppo. Così
sembra che chiunque, magari dopo una lunga
discussione, se gli gira male può bloccare
un grande gruppo negando il suo consenso alla
decisione. Ma questo non è altro che
esercitare il cosiddetto potere di veto, che non ha
niente a che vedere col MC.
Il MC dà effettivamente un grande potere al
singolo (a ogni singolo indistintamente!)
perchè ne riconosce il valore, la
dignità, l'unicità. Ma il singolo
può bloccare il gruppo solo se riesce a
mostrare la validità della sua opposizione,
cioè che la decisione che si sta per
prendere è veramente dannosa per il gruppo
e/o in contrasto con i suoi principi fondanti. Se
il gruppo riconosce la validità
dell'opposizione allora la decisione può
essere bloccata, altrimenti alla parte avversa
viene rimandata la responsabilità di
decidere cosa fare, possibilmente dichiarandolo in
termini chiari ed espliciti.
Dunque, perchè il MC funzioni bene, il
singolo deve riconoscere e accettare il potere del
gruppo nel determinare quali problemi possono
essere risolti, quali necessitano di più
attenzione, e quali bloccano la decisione: la
trappola del veto sta nell'essere incapaci di
riconoscere i limiti del potere individuale! Il
singolo ha il potere e la responsabilità di
sollevare i problemi; il gruppo ha il potere e la
responsabilità di riconoscerli e
risolverli.
Attenti al compito e ai rapporti umani
Gli incontri servono per affrontare e risolvere
problemi comuni. Le buoni soluzioni tengono conto
sia degli aspetti concreti dei problemi, sia delle
relazioni tra i soggetti. Se non c'è un buon
rapporto, sufficientemente disteso e fiducioso,
anche semplici problemi possono complicarsi e
diventare un grave peso. E' necessario ricordare
che nel lavoro di gruppo entrambi gli obiettivi (di
contenuto e di relazione) devono essere sempre
opportunamente curati: l'uno influisce
sull'altro.
Distinguere le persone dai problemi e
concentrarsi sui problemi
Quando si affrontano i problemi un aspetto che si
tende a dimenticare è che dall'altra parte
ci sono esseri umani che hanno sentimenti, valori e
convinzioni profondamente radicati, differenti
storie e punti di vista, esattamente come noi.
Ognuno ha un "io" che è sensibile e che
facilmente può sentirsi minacciato, e un
"io" minacciato pensa soprattutto a difendersi.
Ogni giudizio sulla persona rischia di danneggiare
la relazione e di alterare il buon clima
psicologico che è indispensabile per fruire
delle risorse di creatività e intelligenza
di tutti i partecipanti, risorse senza le quali non
è possibile trovare buone soluzioni ai
problemi.Perciò è fondamentale
rimanere aderenti ai fatti, ai termini concreti dei
problemi, "attaccando" le idee e le proposte anche
molto fermamente se necessario, ma rimanendo al
contempo interiormente rispettosi verso le persone:
"duri col problema, morbidi con le persone"
Qui aiuta moltissimo non identificarsi con le
proprie idee, ricordandosi che "le mie idee, non
sono mie!"
Distinguere i bisogni dalle soluzioni e
concentrarsi sui fondamenti
Nell'affrontare i problemi si dimentica che il
cuore delle questioni non si trova nelle posizioni
di partenza (a volte solo apparentemente
contrapposte), ma nei bisogni, preoccupazioni e
convinzioni delle parti coinvolte, cioè in
quelli che alcuni chiamano i "fondamenti" dei
problemi. Per es. spesso si discute (e si litiga)
sulle proposte di soluzione senza avere
adeguatamente scandagliato quali sono i bisogni in
gioco: le soluzioni rappresentano la risposta a dei
bisogni e lo stesso bisogno può essere
soddisfatto in tanti modi diversi, cioè ci
possono essere tante soluzioni per uno stesso
problema. Se ci si fissa su certe idee diventa
impossibile negoziare costruttivamente. Non si
tratta di rinunciare ai propri principi, nè
di nascondere le differenze al momento
incompatibili, ma solo orientandosi alla ricerca
dei bisogni condivisi si creano le condizioni per
trovare soluzioni cooperative, realizzabili, che
aprono verso il comune cammino.
Inventare soluzioni: generare opzioni e definire
obiettivi fattibili
Una volta individuati i fondamenti dei problemi
è necessario dedicare un tempo adeguato alla
ricerca di soluzioni vantaggiose per tutti. Qui la
fantasia, l'intelligenza, l'esperienza sono le
risorse primarie: spesso si tratta letteralmente di
inventare nuove soluzioni. Questo passaggio
può sembrare banale, ma dal punto di vista
pratico la fase dell'ideazione è spesso
trascurata o comunque mal gestita (per es. è
frequente che il brainstorm sia pieno di giudizi e
commenti sulle idee espresse!).
Non identificarsi (nè identificare l'altro)
con le idee facilita moltissimo la ricerca di
soluzioni diverse e forse migliori.
Rimanere attaccati alle proposte di soluzione
è un'abitudine frequente che rappresenta un
ostacolo non solo al consenso, ma soprattutto al
raggiungimento di soluzioni di buona
qualità. Abbandonare una proposta di
soluzione non significa rinunciare ai propri
principi o ai propri bisogni, ma semplicemente
ricercare altre soluzioni.
Operare scelte sulla base di criteri
riconosciuti e trasparenti
I criteri che sottendono ogni scelta devono essere
esplicitati e riferiti quanto più possibile
a elementi verificabili, o a principi comunemente
accettati.
I criteri non devono dipendere dalla volontà
o dal controllo di alcuna delle parti in gioco. E'
qui che in genere si esercita più o meno
consapevolmente un uso scorretto e manipolatorio
del potere per orientare le scelte verso interessi
di parte (per es. con minacce velate, ripicche,
attacchi personali che spostano l'attenzione dai
termini concreti del problema, ecc.)
Saper stare costruttivamente nel disagio
(frustrazione, irritazione, preoccupazione)
Il MC è in sostanza un processo di gestione
costruttiva e nonviolenta dei conflitti.
Il conflitto qui è visto come fenomeno
assolutamente naturale, di per sè nè
giusto nè sbagliato.
Quando un gruppo crea un'atmosfera che facilita
l'espressione del disaccordo e delle emozioni che
ad esso si accompagnano (paura, irritazione,
frustrazione e così via), costruisce le basi
per decisioni più funzionali e
soddisfacenti. Perciò facilitare una buona
comunicazione è un fattore chiave:
comunicare "è" gestire la relazione e i
conflitti. Ma bisogna riconoscere che anche
mediante un uso perfetto del metodo e un'ottima
comunicazione i problemi, che non di rado sono
complessi e complicati, possono rimanere sul
momento irrisolti. E allora?
Se si procede con cura e si alimenta la fiducia, il
paesaggio entro cui si prenderanno le decisioni
(perchè comunque e sempre si decide
qualcosa) sarà come minimo più chiaro
e comprensibile. E ciò costituisce un buon
terreno per arrivare a decisioni che cercano per
quanto possibile di rispettare i bisogni essenziali
in gioco. A volte per es. bisogna accettare il
fatto di non poter decidere su una determinata
questione. Allora saper gestire costruttivamente il
disagio personale e collettivo che deriva da tutto
ciò è indispensabile nel processo
consensuale: pazienza e fiducia sono le
qualità fondamentali.
Un metodo morbido per persone/gruppi
forti
In definitiva questo processo tende a costruire
"accordi nel disaccordo", dove cioè il
disaccordo particolare è dentro una cornice
di accordo generale fondato su rispetto e fiducia
reciproci: il consenso riguarda in sostanza la
volontà di continuare a camminare insieme e
sperimentare insieme.
Questo consenso di fondo deve però essere
basato sulla fiducia e sulla libertà,
altrimenti non funziona, anzi nemmeno si potrebbe
chiamare consenso. Infatti non è consenso
quello che si fonda sulla paura dell’altro o
sulla dipendenza dagli altri.
Il MC è un metodo che richiede quindi una
certa maturità e forza interiore dei
soggetti che lo usano, e che usandolo si
rafforzano: come la nonviolenza è
l’arma del forte, così il MC è
il metodo decisionale dei forti.
2. PASSAGGI CHIAVE DELLA PROCEDURA
Richiesta e Verifica del
consenso
Qualunque sia la procedura attuata, arriverà
il momento in cui qualcuno (in genere il
facilitatore) chiederà al gruppo "La
formulazione della decisione è
soddisfacente? Ci sono ancora dei problemi?".
E' importante notare che la prima domanda implica
che ci sia una formulazione della decisione che
tutti hanno ben chiara davanti (e ciò deriva
dal lavoro fatto in precedenza): in mancanza di
questa chiara formulazione i rischi di confusione
con successive complicanze e conflitti sono
alti.
Nella seconda domanda va notato che non si chiede
"C'è il consenso?", oppure: "Siete tutti
d'accordo?": queste domande infatti non
incoraggiano l’espressione di dubbi o
perplessità.. Se ci sono persone che hanno
perplessità, ma sono intimidite dal forte
supporto del gruppo alla proposta, la domanda: "Ci
sono ancora dei problemi?" si rivolge più
direttamente a loro e gli offre la
possibilità di esprimersi.
In questa fase è molto importante rilevare
la qualità delle risposte, soprattutto
quelle non verbali e quella del silenzio. Se nessun
ulteriore problema viene sollevato, il facilitatore
dichiara il consenso raggiunto e la decisione viene
messa agli atti.
Problemi, blocchi decisionali e "veto"
Durante il procedimento ci si trova di fronte
diversi tipi di problemi che può essere
utile inquadrare allo scopo di riconoscerli e
gestirli adeguatamente.
Riguardo a una proposta oggetto di decisione ci
possono essere per esempio osservazioni che puntano
a dei miglioramenti: si è
sostanzialmente d’accordo con la proposta, ma
si ha un’idea per migliorarla.
Altre volte ci possono essere delle
perplessità in merito a una proposta:
più che di un vero disaccordo si tratta di
dubbi o riserve.
Questo tipo di problemi si può affrontare
con una discussione più approfondita (magari
facilitata da tecniche adeguate) e in genere,
scaduto il tempo, è probabile che si trovi
un accordo consensuale, a meno che i
"miglioramenti" o le "perplessità" non si
siano trasformati in disaccordo.
Infine possiamo trovarci di fronte a un
disaccordo verso la proposta, più o
meno forte, ma comunque esplicito e chiaro: qui il
problema sollevato è tale per cui la parte
avversa (una persona o una minoranza) è
contraria alla proposta (tutta o in parte). In
questo caso bisogna consentire alla parte avversa
di provare la validità o
"legittimità" del disaccordo:
Problema legittimato/non legittimato:
quando il disaccordo è tale da portare a un
blocco della decisione, tale blocco per potere
avvenire dentro una cornice consensuale deve essere
in qualche misura riconosciuto dal gruppo nel suo
insieme. Questo riconoscimento è definito da
alcuni autori come legittimazione. La
legittimazione avviene quando la parte avversa
convince che la decisione che si sta per prendere
è veramente dannosa per il gruppo o in
contrasto con i suoi principi fondanti.
In assenza di ciò abbiamo un "problema non
legittimato", dove la parte avversa non può
mai bloccare la decisione del gruppo (potere di
veto), a meno che il gruppo non abbia altre ragioni
per farsi bloccare.
Di fronte a situazioni di disaccordo si aprono
quindi due possibilità:
a) il gruppo alla fine riconosce la validità
del problema sollevato, per cui qui e ora ci si
trova di fronte un problema legittimato che blocca
la decisione;
b) il gruppo alla fine non è convinto
(nè a sua volta riesce a convincere la parte
avversa) per cui il problema sollevato non è
legittimato e il gruppo può procedere nella
decisione che intendeva prendere inizialmente (che
dopo la discussione potrebbe anche risultare in
parte modificata), lasciando alla parte avversa la
decisione di cosa fare, che per esempio potrebbe
essere lo "stare da parte".
Stare da parte:
accettare che una decisione venga presa dal gruppo
nonostante vi sia un convinto disaccordo.
Ciò implica, oltre all’esplicitazione
delle ragioni del disaccordo, anche
l’esplicitazione della posizione che la parte
avversa prenderà rispetto alla decisione e
al suo impegno nel sostenerla. Quindi la parte
avversa potrebbe legittimamente dichiarare di non
supportare (in modo parziale o totale) la
particolare decisione che il gruppo sta per
prendere, ma comunque senza arrivare mai a
boicottare la decisione del gruppo di cui,
consensualmente, continua a far parte.
Come si esce da una situazione di blocco
decisionale?
Con molta, molta fantasia, pazienza e fiducia. Gli
esperti ci ricordano, provocatoriamente ma
saggiamente, che di fronte a un problema che al
momento appare senza soluzione "esistono almeno
altre sette possibilità" che non sono state
esplorate dal gruppo.
Ci vogliono dunque fantasia, creatività,
intelligenza, ma non solo, anche la capacità
di stare nel disagio, nella stanchezza, nella
frustrazione.
La fantasia ha bisogno della fiducia e della
pazienza, perchè in un clima di forte
risentimento, di reciproche accuse e di paura, il
tempo e le energie sono investiti per distruggere e
non per creare. La paura è il vero grande
blocco.
E per finireÉ uno strumento per
sperimentare il MC
Spesso i gruppi arrivano a prendere le loro
decisioni senza rendersi conto delle regole che,
sempre e comunque, sono implicitamente presenti nel
processo stesso del decidere: è
impossibile non prendere decisioni, ogni decisione
implica un modo di decidere.
Esplicitare alcune di queste regole, richiamandosi
per es. a principi condivisi, attiva un importante
processo di crescita all’interno del gruppo,
aumenta il potere e la responsabilità
individuali e può aiutare a rendere le
riunioni più soddisfacenti ed efficaci: lo
strumento qui proposto serve a questo. Anche in
gruppi di lavoro estemporanei questo strumento
può aiutare a creare un clima di maggiore
fiducia e chiarezza.
In pratica il punto A andrebbe letto e
"rapidamente" approvato all’inizio della
riunione (se ci sono intoppi, è meglio
lasciar perdere il MC: mancano le basi!).
I punti B e C, che hanno valore più di
orientamento che di vere e proprie regole, possono
essere semplicemente letti e non abbisognano di
un’approvazione formale, tuttavia è
molto utile verificare la tendenza dei partecipanti
riguardo tali orientamenti, perchè nella
misura in cui sono condivisi possono essere
richiamati e usati durante la riunione.
TAVOLA DEI DIRITTI
A) DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DI
OGNI PARTECIPANTE.
1. Io ho il diritto di essere trattato con
rispetto. Così gli altri.
2. Io ho il diritto di avere ed esprimere opinioni
e sentimenti. Così gli altri.
3. Io ho il diritto di essere ascoltato e preso
seriamente. Così gli altri.
4. Io ho il diritto di dire "no" senza sentirmi in
colpa. Così gli altri.
5. Io ho il diritto di chiedere ciò di cui
ho bisogno. Così gli altri.
6. Io ho il diritto di cambiare opinione.
Così gli altri.
B) ORIENTAMENTI PER UNA COMUNICAZIONE
COSTRUTTIVA
1. Usare messaggi "io" di confronto
costruttivo.
2. Ascoltare attivamente, e verificare se abbiamo
capito veramente quello che gli altri volevano
dire, e viceversa.
3. Fare attenzione non solo ai contenuti, ma anche
ai sentimenti espressi.
4. Distinguere le persone dai problemi e dalle loro
azioni: evitare di attribuire intenzioni agli altri
e di giudicarli, attenersi ai fatti e ai
comportamenti.
5. Essere precisi ed evitare le
generalizzazioni.
C) ORIENTAMENTI PER COOPERARE NEL CONFLITTO
1. Passare dalla visione "me contro te", al
"Noi".
2. Passare dalle "prese di posizione" agli
Interessi e Bisogni in gioco.
3. Concentrarsi invece che sul Passato, sul
Presente e sul Futuro.
4. Passare dall'Impossibile al Possibile.
5. Passare dalla Colpevolizzazione all'assunzione
di Responsabilità.
Testo preparato da: Roberto
Tecchio,
Via del Quadraro 64, 00174 Roma ,Tel.06.76963043,
e-mail:trestele@tiscalinet.it
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