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IMPRONTA ECOLOGICA
Cos’è ...
Il nostro modello di sviluppo ha considerato la
terra come una fonte inesauribile di risorse da cui
attingere e come una voragine di rifiuti da
depositare.
Nulla è inesauribile. Vi sono limiti che
bisogna conoscere e rispettare affinché il
sistema non collassi. Perciò oggi si parla di
sviluppo sostenibile.
L’obiettivo fondamentale della nostra
società dovrebbe essere quello di raggiungere
un’economia realmente
“sostenibile” basata su un principio di
equità.
Ma non è semplice, perché un modello
scientifico, per poter essere attendibile e
stabilire i limiti del sistema, deve oltre che,
conoscere le variabili che influenzano i limiti
stessi, poterle misurare. Cioè per indirizzare
il progresso verso lo sviluppo sostenibile è
necessario essere in grado non solo di definire i
vari aspetti della sostenibilità ma anche di
misurarli.
«Dobbiamo
passare dall’attribuire valore a ciò che
misuriamo a saper misurare ciò a cui
attribuiamo valore»
Il metodo dell’impronta ecologica è una
misura della sostenibilità. Viene elaborato
tra gli anni ottanta e novanta dall’ecologo
William Rees e dai suoi collaboratori, primo tra
tutti Mathis Wackernagel che ad oggi ne è il
maggior esperto e il divulgatore più
impegnato.
Tale metodo è importante poiché invece di
partire dal calcolo delle risorse messe a nostra
disposizione dalla terra, approccia il problema
rovesciando la domanda.
Si passa dal
“Quante persone può sopportare la
terra?” al “Quanta terra ciascuna
persona richiede per esser
supportata?”.
Badate non è una rivoluzione da poco,
poiché con questo tipo di indicatore di
sostenibilità non vengono più solo presi
in esame gli individui in senso numerico ma diviene
essenziale conoscere anche i loro
“comportamenti energetici”.
Non ci si concentra sul numero di teste ma sulle
dimensioni dei piedi .
Cioè il nostro impatto reale sul pianeta viene
visualizzato come una impronta la cui dimensione
varierà, certo dal numero di abitanti della
terra, ma anche dalle tecnologie che usiamo, dalle
tipologie con cui produciamo e dai modelli con cui
consumiamo.
L’impronta ecologica viene definita come
l’area totale (la quantità di ettari) di
pianeta necessaria a produrre le risorse che tutti
noi (individui, comunità, nazioni ….)
consumiamo e per assimilarne i rifiuti che
produciamo.
Immaginiamo di racchiudere una città sotto una
cupola emisferica di vetro trasparente che lasci
entrare la luce ma impedisca alle cose materiali di
qualunque genere di entrare e uscire.
Perché i cittadini di questa città
possano continuare a vivere, la cupola dovrebbe
coprire una quantità di terreno (composto da
zone agricole, foreste, fiumi e altri ecosistemi)
contenente le risorse necessarie per produrre
energia, alimenti ed altri beni nonché per
assorbire i rifiuti e l’inquinamento
prodotto. Questo è il modo più semplice
per comprendere il concetto di “impronta
ecologica”: la quantità di superficie
coperta dalla cupola corrisponde alla
“impronta ecologica” della
comunità che vive sotto di essa.
E’ del tutto evidente che se i cittadini che
vivono sotto la cupola consumano molte risorse (ad
esempio mangiando molto di più del necessario
o consumando molto carburante) l’impronta
ecologica di ognuno di essi aumenta notevolmente.
Possiamo quindi definire l’impronta ecologica
come: la quantità di territorio produttivo
necessario per sostenere il consumo di risorse e la
richiesta di assimilazione di rifiuti da parte di
una determinata popolazione. In genere questa
quantità viene espressa sotto forma di
ettari/procapite/anno anche se più
recentemente si usa il termine “unità di
superficie” per tener conto di alcuni fattori
di correzione che si utilizzano per meglio
rappresentare
l'impronta ecologica.
Riassumendo
dovremo stabilire, per il nostro calcolo di
sostenibilità, 3 variabili:
1.Il numero degli esseri umani sulla terra
2.Il loro livello di consumo medio
3.La capacità globale della terra a
sostenerci, quindi secondo il nostro metodo
l’area in ettari disponibile a questo
scopo.
1.NUMERO DEGLI
ESSERI UMANI SULLA TERRA
La tabella seguente (fonti Nazioni Unite) riporta
le tappe del raggiungimento dell’attuale
popolazione, procedendo di miliardo in miliardo di
individui.
| Primo
miliardo nel 1804 |
Quarto miliardo nel 1974 (dopo 14
anni) |
|
Secondo miliardo nel 1927 (dopo 123
anni) |
Quinto miliardo nel 1987 (dopo13
anni) |
| Terzo
miliardo nel 1960 (dopo 33 anni) |
Sesto
miliardo nel 1999 (dopo 12 anni) |
Previsioni:
|
Settimo miliardo nel 2012 (dopo 13
anni) |
|
Ottavo miliardo nel 2026 (dopo 14
anni) |
| Nono
miliardo nel 2043 (dopo 17 anni) |
2.CONSUMO
MEDIO
Nel 1950 il 30% della popolazione umana viveva in
contesti urbani.
Nel 2000 la percentuale è salita a 47%, si
ritiene che tale percentuale diventerà il 50%
nel 2007 (cioè pop. Urbana e rurale si
equivarranno).
L’enorme espansione nella produzione globale
di beni e servizi, supportato dall’enorme
sviluppo delle tecnologie, hanno permesso al mondo
di mantenere un livello di vita elevatissimo ad una
popolazione relativamente grande.
Ma mai fino ad ora nella storia dell’uomo era
accaduto che ciò valesse per una ristretta
fetta di umanità.
3.CAPACITA’
GLOBALE DELLA TERRA A SOSTENERCI
L’area complessiva nel nostro pianeta è
di circa 51 miliardi di ettari.
Di questi, solo una quota inferiore a 15 miliardi
sono terre emerse.
Con buona approssimazione questi 15 miliardi
possono esser ripartiti:
- 1,5 miliardi di ettari (10% circa) in terre
coltivabili (la metà seminata a cereali);
- 3,4 miliardi di ettari (23%) in pascoli
permanenti e praterie;
- 5,1 miliardi di ettari (33%) in foreste e aree
boschive
- 5 miliardi di ettari (32%) in suoli ghiacciati,
tundre, deserti, laghi e fiumi ( di questi lo 0,3
miliardi di ettari sono terreni edificati dalla
specie umana).
La quantità di terra disponibile è una
grandezza finita quindi conseguentemente anche
la produttività è limitata. Esiste
una quota di terra, di mare pro capite
ecologicamente produttiva, calcolata su base
planetaria. Tale valore medio, ai livelli attuali
di pressione demografica è 2,28 ettari pro
capite.
Ma tale visione è antropocentrica, cioè
tiene esclusivamente conto delle esigenze del
genere umano, trascurando i milioni di altre specie
viventi abitanti il pianeta. Per il mantenimento e
la tutela della biodiversità, stime prudenti,
indicano una sottrazione del 12% ai valori
precedenti. Quindi i nostri ettari pro capite,
decurtati del 12%, diventano 2. Non Basta.
Prendendo per buona la proiezione delle Nazioni
Unite di 9,3 miliardi di individui nel 2050 questo
dato precipita sotto gli 1,2 ettari pro capite.
ESEMPI
Stabilito questo possiamo fare alcuni esempi.
L’impronta ecologica dell’Italia
risulta essere 3,88 ettari pro capite. Il nostro
paese possiede una capacità biologica di 1,18
ettari pro capite. Siamo in un deficit ecologico di
2,67 ettari pro capite. In buona sostanza per
soddisfare i nostri livelli di consumo e la nostra
produzione di scarti occorrerebbe una Italia e
mezzo in più.
Naturalmente nella stessa Italia, variando gli
stili di vita varia anche il diverso impatto che
sull’ambiente si ha. Per cui ad es.
l’impronta ecologica di una città come
Isernia sarà 2,09 ettari mentre quella di una
città come Legnano è di 2,34.
Per inciso la regione Liguria ha una impronta di
3,99 ettari pro capite.
CONSIDERAZIONI
Sulla base dei seguenti dati, possiamo
fare alcune considerazioni e magari tentare di
riempire i numeri, le equazioni di un senso di
Giustizia:
Orizzontale nei confronti degli attuali
abitanti del pianeta in toto. Pare più che
evidente che le diverse nazioni si appropriano in
modo diseguale della capacità bioproduttiva
del mondo. Questo comporta quindi una ineguale
distribuzione delle risorse tra i popoli (refrain
comune ormai quasi scontato è che il 20% degli
abitanti del pianeta si pappa l’80% delle
risorse lasciandone il 20% all’80% del resto
della popolazione mondiale). Se per sostenere i
nostri livelli di consumo abbiamo bisogno oltre
alla nostra Italia di un territorio pari ad altre
due Italie vuol dire che noi ci stiamo appropriando
della capacità bioproduttiva di qualcun altro.
Il concetto di solidarietà internazionale
“serio” non fa elemosine o donazioni,
lavora per cambiare i meccanismi di questa
ingiustizia di fondo.
Verticale nei confronti delle
generazioni a venire. Pare egualmente evidente che
le risorse del pianeta siano limitate. Spremere la
terra, per vivere a livelli elevatissimi, vuol dire
depauperare, desertificare, non lasciar nulla ai
nostri figli e alle generazioni future. Certi
equilibri hanno un punto di non ritorno, una volta
spezzati il sistema intero collassa e non si
può più quindi tornare indietro (Lester
Brown ipotizza al max 50 gli anni per invertire la
tendenza prima che sia troppo tardi).
L’ambientalismo serio lavora per evitar
l’inquinamento, per preservare la
biodiversità ma in una logica di sviluppo di
modelli sostenibili.
Molte altre valutazioni possono essere fatte su
queste equazioni, su questi numeri.
E’ probabile che questi “modelli”
qui riportati siano considerati seri anche da chi
pubblicamente li denigra, indicandoli come
terrorismo ecologico. Certamente le ipotesi
più terribili degli stermini di massa
programmati (vere o false che siano) partono dai
principi sopra riportati: se i livelli di consumo e
i modelli attuali vanno perpetrati, allora siamo
numericamente in troppi a consumare.
Cinicamente parlando, questa è una soluzione
del problema, si abbatte una variabile, quella del
numero di abitanti, decidendo chi deve vivere e tra
i sopravissuti chi deve vivere male o bene. Se si
vuole agire su altre variabili allora non resta che
quella del ritocco a ribasso dei consumi, visto che
la bioproduttività del pianeta è un dato
fisso non variabile. Ciò che dobbiamo
drasticamente mutare, da occidentali, sono gli
stili di vita. Un cammino lungo, certo, anche
perché soprattutto culturale, ma è la
sfida prossima a cui non possiamo sottrarci ed
investe il singolo. Nessuno escluso. Esistono
persone che guardano in questo senso, che tentano
di mutare il proprio quotidiano con azioni
concrete come il risparmio energetico, idrico, il
consumo critico, la Tali atti sono al contempo
azioni di giustizia sia orizzontale che verticale.
Ma questa sfida sarà accettata dalla maggior
parte di noi, per tempo?
Attività sull'impronta
ecologica
In Italia, il Gruppo Impronta ecologica e sociale di
Rete Lilliput (www.retelilliput.org),
si è impegnato a diffondere questo
indicatore per indurre i cittadini ad assumere
un atteggiamento più responsabile verso
l'ambiente. L'impronta è stata calcolata
per diverse città come Bologna, Catanzaro,
Ancona, e per varie regioni italiane tra cui la
Liguria.
Il Galles ha recentemente deciso di adottare
l'impronta ecologica come indicatore principale per
le sue politiche di sostenibilità.
Per calcolare l'impronta ecologica personale:
www.myfootprint.org
foglio
di calcolopreparato dal GLT Impronta
Lilliput
Per approfondire :
Mathis Wackernagel
«L’impronta ecologica»
Edizioni Ambiente 2000
www.redefiningprogress.org
Nicky Chambers, Craig Simmons, Mathis
Wackernagel
«Manuale delle impronte ecologiche»
Edizioni Ambiente 2002
Mathis Wackernagel
Nato in Svizzera e americano d’adozione,
laureato in ingegneria meccanica presso lo Swiss
Federal Institute of Technology, ha
completato i suoi studi nella pianificazione
regionale e di comunità
alla University of British Columbia in Vancouver,
Canada. Qui ha sviluppato nel 1996 con il prof.
William Rees, il metodo dell'"Impronta ecologica"
ora ampiamente usato come misura della
sostenibilità. Dirige il Programma per la
sostenibilità presso Redefining Progress, una
organizzazione non governativa, apartitica con sede
a Oakland.
Ha lavorato sui temi della sostenibilità in
Francia, Canada, Costa Rica, Messico, Svizzera e
Stati Uniti. Ha tenuto conferenze per
comunità, dipartimenti governativi,
Organizzazioni non governative, sedi accademiche e
più di 80 Università in 20 nazioni.
Ha scritto o partecipato alla stesura di numerose
pubblicazioni ed è stato coautore di vari
libri sulla sostenibilità, sulla
necessità di affrontare i limiti delle risorse
e sugli indicatori di sostenibilità tra cui
Our Ecological Footprint: Reducing Human Impact on
the Earth and Sharing Nature's Interest.
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